Nessuno nasce imparato  
     
 

ABSTRACT

La scelta economica

… "Professore, una domanda", intervenne Raffaele, il netturbino.

"Dimmi, dimmi Rafè."

"Io ho l'impressione che il problema economico è nato a Napoli, e sì, perché qui ci siamo sempre morti di fame, il problema c'è sempre stato, è nato con noi."

Nel discorso si inserì Ferdinando, il ciabattino: "Professò, professò, io non sono d'accordo perché fino a quando i mezzi ci stanno, anche se sono pochi, tutto va bene; i guai cominciano quando anche quei pochi non ci stanno e allora il problema economico non esiste, quindi Napoli è piena di problemi fuorché quello economico".

"Ferdinà", disse don Vincenzo, "tu esageri col prezzo quando vengo a fanti risuolare le scarpe ed esageri anche ora. Comunque sono contento dei vostri interventi, perché mi dimostrano che avete afferrato i concetti. Andiamo avanti: come siamo arrivati a individuare il principio economico? Osservando il comportamento 'razionale' di singoli uomini sani di mente che hanno una quantità di risorse limitate e si trovano a dover scegliere tra mangiare o acquistare la televisione. È ovvio che prima sceglieranno di riempirsi la pancia e poi faranno il resto. In sostanza cercheranno di soddisfare i bisogni più urgenti, la qual cosa equivale a trarre dai mezzi limitati la massima soddisfazione possibile. E quando dico comportamento 'razionale' non deve intendersi perché fatto secondo un ragionamento, ma perché c'è una coerenza tra fini e mezzi.

"Vorrei adesso farvi notare che se verifichiamo che mille altri uomini nelle stesse condizioni si comportano allo stesso modo(1) ne ricaviamo una legge economica. Questa, però, può dirsi tale solo dopo che si è seguito un certo procedimento o metodo, che si chiama 'deduttivo' e che consiste nel formulare un'ipotesi che sarà poi verificata con l'aiuto della statistica e della matematica(2). Se il risultato del procedimento adottato coincide con l'ipotesi possiamo giungere all'elaborazione di una legge economica. In buona sostanza noi procediamo come il fisico che osserva i fenomeni naturali: se vediamo che una sfera di piombo lasciata libera raggiunge il suolo e che, ripetendo all'infinito quel gesto con corpi di peso e forma diversi, il risultato è lo stesso, andiamo a formulare un'ipotesi, la verifichiamo secondo quel metodo enunciato e ne ricaviamo la legge di gravità. Le leggi economiche, dunque, partono dall'osservazione dei comportamenti degli uomini e seguendo le stesse procedure o gli stessi metodi delle scienze fisiche giungono all'elaborazione di principi economici che chiamiamo 'leggi economiche', così come le scienze fisiche chiamano 'leggi' i propri principi. Proviamo ora, dopo quanto si è detto, a definire 'l'economia' o come anche si dice l'economia politica: è la scienza che studia il comportamento dell'uomo, diretto a raggiungere il massimo risultato, quando si trova a dover impiegare mezzi scarsi utilizzabili per usi diversi.

"

*******

… "Gaetà, tu mi fai venire in mente quello che disse Prosper Mérimée: "della storia amo solo gli aneddoti".

Dopo tutte le cose 'tragiche' di cui ci siamo occupati, tu vuoi l'aneddoto... E vabbe', in fin dei conti hai ragione anche tu, gli aneddoti sono sfiziosi; anzi, io più volte ho pensato che sarebbe molto interessante poter scrivere la storia dell'umanità solo attraverso storielle, fatti, circostanze che, riguardano i singoli personaggi. Mah… se torno a nascere, forse lo farò. Allora vi avevo promesso, a proposito della burocrazia, di raccontarvi un episodio, a mio avviso rappresentativo, della degenerazione dell'apparato amministrativo statale. Il fatto Si Svolge nella seconda metà del 1700. In quell'epoca viveva a Napoli un certo don Gennaro Salamanga, 'commissario, dell'uffizio di verifica' del porto di Napoli; era un brav'uomo, scrupoloso nel lavoro e dedito alla sua numero sa famiglia, composta da 'una sola moglie - soleva dire e quattordici figli'. In questa situazione stentava a tirare avanti con il modesto compenso di 'commissario di seconda classe'. Decise, allora, di chiedere udienza a Ferdinando I, il re Lazzarone, famoso - come abbiamo già detto in altre occasioni - per le sue stravaganze e le continue trasgressioni al protocollo. Prima del previsto, don Gennaro venne ammesso alla presenza del Re. Qui, alquanto imbarazzato, espose le ragioni della sua richiesta d'udienza e concluse chiedendo un supplemento di paga. Il Re, invece di rispondere subito alla petizione, gli domandò: 'Don Gennà, ma tu al porto che cosa fai?' Il buon don Gennaro si sforzò di spiegare che la sua era una funzione di fiducia e responsabilità. Il Re, non soddisfatto della risposta, insistette: 'Don Gennà, i' voglio sape', tu che fai?' 'Maestà, io firmo, firmo da' matìna a' sera e senza 'a firma mia e bastémiénti' nun partóno(1) avuta finalmente una risposta precisa, il Re disse: 'Don Gennà, io soldi non te ne posso da', ma nu consigio sì e ti sarà utile: tu nun firmà(2). Don Gennaro al momento rimase un po' perplesso, ma poi fiducioso nella saggezza del sovrano ringraziò e si congedò.

La mattina seguente, giunto nella sua stanza da lavoro si accomodò dietro il suo vecchio scrittoio e, fingendosi indaffarato in mille faccende, si attenne al consiglio ricevuto. Il primo giorno passò tra lo stupore dell'uffiziale in sottordine che si vedeva respinto il suo pacco di pratiche e le solite lamentele della moglie che non aveva soldi a sufficienza per tirare avanti. Il secondo giorno il sottuffiziale cominciò ad abituarsi e accatastò le pratiche su quelle del giorno precedente. La sera, tornato a casa, la moglie accolse don Gennaro con gran festa e gli chiese: 'Cosa hai fatto? Qui è arrivato ogni ben di Dio: olio, vino, stoffe, vasellame... Ma dimmi, cosa hai fatto?' Rispose: 'Niente'. 'Allora continua così', affermò la moglie. Passò del tempo, il Re si trovò a passare per il porto e vide una stupenda carrozza che stava per partire. Dette ordine di fermarla e disceso dal suo cocchio si avvicinò a essa. Dal finestrino si affacciò don Gennaro che, stupito, esclamò: 'Oh Maestà! lo... lo... ho ascoltato il vostro consiglio'. 'Lo vedo, lo vedo', rispose il Re, 'ma mo t' vuo' decidere a firmà'?" Seguì una risata generale e il congedo: "La seduta è sciolta", annunciò don Vincenzo e dopo poco, a sala vuota, si rivolse a me e a Galimberti indicandoci il titolo di un giornale e sussurrò: "lo mi domando se la cosa può fare ancora notizia". Il titolo, su tre colonne, dice: 'Scatta a Napoli l'allarme brogli'.

Galimberti scandalizzato: "Don Vincenzo, ma si rende conto che si tratta di un fatto grave, di un reato?" "Ingegné, tra tanti fatti veramente gravi, di fronte al quali si fa finta di niente, questo qua è una barzelletta. E poi è una cosa vecchia dì centotrent'anni. Dovete sapere che …

.