Un regno perduto  
     
 

ABSTRACT

La Regina che vinse solo in amore

Lei, Giovanna II, non più giovanissima ma carica dell'eterna giovinezza della sua città, il cui sangue greve le scorreva nelle vene, le ribolliva e la spingeva nelle braccia di "mille" amanti, resterà famosa per le sue intemperanze amorose: "Si abbandonava apertamente all'ebbrezza dei corpi, non desiderava altre vittorie che i trionfi di quelli che lei chiamava i suoi 'gagliardi amatori". Uno di questi, Pandolfello Alopo, fu il favorito della razza "gagliarda", ma fu anche la sua croce. Le impedì, per gelosia, la riorganizzazione dell'esercito che la sovrana aveva affidato a un guerriero di fama come Muzio Attendolo Sforza, che fece imprigionare. Liberatolo, poi, tentò di farselo amico, facendogli sposare sua sorella, per utilizzarlo contro il futuro marito di Giovanna, Giacomo Il di Borbone, conte de la Marche. Quando le nozze furono celebrate, il 10 agosto 1415, Giacomo, appoggiato dai nobili, fece intendere che non avrebbe assunto il ruolo di principe consorte. Catturò e mandò a morte l'amante della regina, Pandolfello, e fece arrestare Attendolo Sforza. Questi, però, fu liberato a furor di popolo. 1 napoletani, infatti, preoccupati della piega che stavano prendendo le cose e segnatamente delle sorti della regina, ormai esautorata, chiesero e ottennero l'integrazione della sovrana nel poteri che le competevano. Così la regina Giovanna, riavuto il suo posto, non trovò di meglio da fare che scegliersi un nuovo amante. Il sostituto di Pandolfello fu Giovanni Caracciolo detto Sergianni. Questi, come era da prevedere, divenne di fatto il re di Napoli, carico di privilegi, con il titolo di gran siniscalco.

La sua politica interna ed esterna non fu mai' a beneficio del regno. I suoi interessi furono "affatto materialistici, o di

capriccio e di offeso orgoglio e di irrequietezza".Trasformò quelle terre in un teatro di battaglia dove l'esercito di Muzio Attendolo Sforza e quello di Jacopo Caldora, un capitano di ventura, imparentato a Sergianni, si scontrarono senza pietà. Corse anche voce che i due amici e parenti, assieme al principe di Taranto, "intendessero costituire un triunvirato, donando la città di Napoli al Pontefice e spartirsi il regno col carattere di vicari della Chiesa"".

Napoli, in preda al caos, elesse ventiquattro deputati (tra nobili e rappresentanti del popolo) che stipularono con Muzio Attendolo Sforza un trattato secondo il quale questi sarebbe rimasto gran connestabile e Sergianni sarebbe stato espulso. 1 patti vennero rispettati, mentre il manto di Giovanna, Giacomo de la Marche, che visse questi eventi in stato di prigionia, fu riammesso, per volere del papa Martino V, al fianco della regina. Ma ormai aveva deciso di n'tirarsi in solitudine e in preghiera. Lasciò Caste] Nuovo e si diresse in Francia dove trovò la sua tranquillità tra le mura di un convento francescano.

La liberazione di Giacomo e le promesse di cariche e feudi per la famiglia Colonna (famiglia del Papa), predisposero benevolmente Martino V, che ritenne giunto il momento per l'incoronazione della regina. Il 29 ottobre 1419, il Cardinale Legato incoronò con solennità Giovanna II regina di Sicilia e di Gerusalemme, avendo ottenuto promesse di fedeltà e vassallaggio.

Per la circostanza furono concessi privilegi, grazie e indulti e si sperò finalmente di poter vivere un periodo di pace. Ma le cose dovevano andare in maniera diversa.

La critica situazione finanziaria non consentì alla Corte di Napoli di versare alla Santa Sede il censo dovuto e di dare allo Sforza quanto era stato pattuito per pagare i suoi uomini d'arme impegnati, tra l'altro, a combattere Braccio da Montone (un celebre capitano di ventura perugino) che presidiava Roma, impedendo al Papa di rientrarvi.

Intanto Sergianni ritornato nella capitale, dopo essere stato ambasciatore di Giovanna presso Martino V e aver contribuito - non certo per generosità - alla liberazione di Giacomo de la Marche, aveva ripreso a ordire i suoi sordidi intrighi.

Ce n'era di troppo per un uomo come il papa Martino. Questi, irritato per la situazione, emanò una bolla d'investitura del Regno di Napoli per Luigi III d'Angiò che in più occasioni gli aveva manifestato devozione e - cosa non trascurabile - offriva maggiori garanzie di solvibilità della sovrana napoletana.

Al fianco di Luigi III d'Angiò si schierò Muzio Attendolo Sforza che con H suo esercito presidiava i dintorni di Napoli, mentre la flotta genovese era sul posto. A fare le spese di queste 'incessanti lotte e assedi, come al solito fu il popolo napoletano stanco, avvilito e privo delle più elementari risorse.

Sergianni, intanto, ne inventò un'altra delle sue: scelse un certo Antonio Carafa - che per la sua abilità diplomatica veniva chiamato Malizia - per alcune missioni diplomatiche. Prima presso Martino V, senza successo, e poi presso il re d'Aragona perché aiutasse la regina Giovanna contro Luigi III, offrendogli in cambio la successione al trono di Napoli. Così si sarebbe potuta ricomporre l'unità del Regno che la guerra del Vespro aveva infranto.

La proposta allettò Alfonso V d'Aragona, A quale giunse a Napoli H 7 giugno 1421 dopo che Braccio da Montone gli aveva sgombrato la strada occupata dall'esercito dello Sforza. Ma molti anni ancora dovevano passare perché Alfonso V d'Aragona diventasse re di Napoli e come tale facesse il suo ingresso in una cornice di grande sfarzo scenografico simulante un trionfo che il popolo non gli avrebbe tributato.

La regina Giovanna accolse il regale pupillo a Castel Nuovo con i dovuti onori.

Sembrava che tutto dovesse procedere per il meglio e finalmente il popolo potesse trovare un po' di tranquillità; invece prima i soprusi delle truppe aragonesi, poi la carestia e poi ancora la pestilenza del 1422, fecero di Napoli una città disperata intenta a contare migliaia di vittime. Sergianni, intanto, incurante della miseria e della pestilenza pensava solo al suo tornaconto che riteneva compromesso dalla presenza dell'Aragonese. Fu questa la causa che fece degenerare i rapporti tra Giovanna e Alfonso V, il quale, rendendosi conto della situazione, fece imprigionare Sergianni, riservando pari sorte a Giovanna che solo grazie ancora all'aiuto del suo popolo e alla tempestività di Muzio Attendolo, chiamato in soccorso, riuscì a farla franca. Ne approfittò anche Sergianni per riacquistare la libertà e convincere la regina a revocare la designazione di Alfonso al trono mutandola in favore di Luigi III. Il suggerimento venne accolto e non determinò particolari reazioni. Anzi Alfonso, avendo particolari problemi in patria, decise di n'tornarvi per avviarli a soluzione e lasciò suo luogotenente nel regno il fratello Pietro. Era il 1423

L'anno successivo uscivano di scena i due capitani , Muzio Attendolo Sforza e Braccio da Montone. Essi morivano a distanza di pochi mesi l'uno dall'altro. Il primo lasciava il comando del suo esercito al figlio Francesco che, recatosi subito da Giovanna, la fece rientrare nella capitale costringendo Pietro a ritirarsi in Sicilia.

Sergianni continuava con le sue trame e i suoi raggiri pur di avere nelle mani un potere che gli serviva solo per sistemare i suoi loschi affari. Ma la sua lunga, proficua e turpe carriera, volgeva finalmente al termine. Biasimato dal papa Eugenio IV (successore di Martino V), inviso ai nobili, criticato dal popolo e abbandonato da Giovanna (ormai settantenne e passiva spettatrice della tracotanza del suo ex amante), rimase vittima di una congiura. Era la notte del 19 agosto 1431 quando alcuni nobili, fedeli alla Regina, introdottisi nel suoi appartamenti, lo uccisero. I suoi beni vennero confiscati. Da questo momento in poi fino alla morte, avvenuta nel febbraio del 1445, Giovanna Il cambiò per ben quattro volte la designazione dell'erede, alternando Luigi III d'Angiò ad Alfonso V d'Aragona. L'ultima sua designazione avvenne pochi giorni prima della sua fine e questa volta l'erede indicato fu il fratello di Luigi III, Renato d'Angiò.

Di Giovanna II, Doppo degli Spini - un fiorentino che viveva a Napoli - alla Signoria che chiedeva informazioni sulla Regina, non trovò di meglio che scrivere: "femine non sunt ut homines viriles". Varie sono le interpretazioni date a questa espressione, ma certo è che essa trasuda di medioevale e beffardo pregiudizio.

Con Giovanna si conclude un periodo storico travagliato. La sua vita e quella della sua bisnonna Giovanna I furono come accomunate dallo stesso destino. In balla di consorti e amanti che, travolti dall'ambizione di potere più che dalla passione, cercarono di adoperarle per propri fini. Sia Giovanna I che Giovanna II non ebbero eredi, una circostanza, questa, che dovette influire non poco sulla loro travagliata esistenza. Qualche storico ha fatto notare in proposito come diversa fu l'esistenza di Margherita Durazzo, la madre di Giovanna II, che non si lasciò andare a facili amori e non indulse alle suggestioni o al consigli di infidi cicisbei, ma si dedicò con tenacia e determinazione ad assicurare la successione al figlio Ladislao.

La regina Giovanna II d'Angiò Durazzo, donna di nessuna esperienza politica, si trovò erede di un regno assai' difficile da governare. Ladislao era morto mentre mezza Italia e buona parte dell'Europa tramava contro di lei. Trionfava la più selvaggia anarchia feudale. Gli avvenimenti erano tali che ci sarebbe voluto un valoroso guerriero per fronteggiarli e invece la sorte indicò una donna. Una donna, che Nunzio Federico Faraglia, A più autorevole e completo studioso della vita di Giovanna, volle riabilitare di fronte al tribunale della storia. Egli fu indulgente nel giudicare le sue intemperanze amorose, le accreditò la costruzione di chiese e di monasteri ed il fiorire delle lettere e delle arti. Ma successivi approfonditi studi non confermarono menti a questa regina. Non eresse chiese, non costruì monasteri, non produsse opere d'arte, tranne la tomba di re Ladislao, un monumento marmoreo apprezzato più per la sua mole che per i suoi pregi artistici. In quanto a letteratura e filosofia 'm quegli anni oscuri, di profonda miseria morale, Napoli non generò uomini di talento. È quindi con tristezza che bisognerebbe unirsi al coro dei denigratori di questa donna, se una inspiegabile vena di ammirazione mista a commozione non ci sollecitasse ad astenerci da una severa condanna e dal considerare le sue azioni alla luce delle tante attenuanti che pur la storia le fornisce.

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